Ecologia Profonda

La vita è un essere collettivo e l'uomo ne fa naturalmente parte

UNA UTOPICA SPERANZA

di Guido Dalla Casa

La civiltà industriale

L’uomo è una specie animale facilmente classificabile nell’Ordine Primati della Classe Mammiferi. E’ una delle specie viventi, che sono circa 20-30 milioni.

Inoltre: sono esistite sulla Terra circa 5000 culture umane. La civiltà industriale è la fase attuale di una di queste, la cultura occidentale, che si è originata nel corso di alcuni secoli, con antiche radici nel Medioriente. Poi si è sviluppata in Europa durante i secoli successivi. La civiltà industriale è quindi un piccolo dettaglio nella storia del Pianeta Terra, o dell’Ecosistema. E’ però un dettaglio estremamente invadente, che ha praticamente occupato tutto il Pianeta, spesso con la violenza, portando in tempi brevissimi a questa situazione:

  • La sovrappopolazione umana (7.3 miliardi) è spaventosa e la sua crescita è inarrestabile (attualmente 80-90 milioni di individui all’anno);

  • La distruzione delle foreste e degli altri ecosistemi (barriere coralline, paludi, savane, ecosistemi fluviali e costieri, e così via) prosegue senza sosta. Come esempio, vengono abbattuti 100.000 Kmq/anno di foreste: metà delle foreste in tutto il mondo sono già state distrutte;

  • L’aumento dell’anidride carbonica nell’atmosfera prosegue inesorabilmente. Siamo passati da 280 a oltre 400 ppm in pochi decenni e il fenomeno continua senza soste. Il valore preindustriale oscillava attorno a 280 ppm da almeno un milione di anni (come si è rilevato dalle bolle d’aria racchiuse nei ghiacci dell’Antartide e della Groenlandia) e probabilmente da tempi molto più lunghi. Come noto, questo fatto comporta variazioni climatiche rapide, innalzamento del livello dei mari e fenomeni meteorologici estremi;

  • E’ in corso un velocissimo declino della biovarietà, su cui sono basate le capacità omeostatiche della Terra, cioè le capacità di autocorreggere le deviazioni non troppo grandi. Si estinguono molte migliaia di specie all’anno;

  • E’ in atto in tutto il mondo uno spaventoso consumo di territorio, e soprattutto di suolo. Ovunque si sostituisce materia inerte (città, strade, macchine, impianti) a sostanza vivente (praterie, savane, foreste, paludi): si distrugge la Vita;

  • Le quantità di rifiuti che si trovano ovunque sulla Terra ha raggiunto livelli assolutamente insostenibili. Come esempio, un’”isola” di plastica grande molto più della Francia galleggia nel Pacifico.

Qualunque studio su questi problemi e i legami che li collegano andrebbe condotto con metodo sistemico-olistico, cioè considerando tutti i fattori, le relazioni e le retroazioni che influenzano l’andamento del sistema complesso. E’ evidente che i problemi sopra elencati sono fortemente intercollegati e assolutamente inarrestabili nel quadro della civiltà industriale, che pone al vertice dei suoi valori un mostruoso primato dell’economico e non ha alcuna considerazione per la Vita come Complesso.

Una speranza?

Come sopra accennato, tutti i guai elencati sono da attribuire alla civiltà industriale umana, più che genericamente “all’uomo”.

Dopo queste premesse, qualunque discorso logico sull’andamento del sistema mondiale dovrebbe iniziare così: “Il modello culturale umano denominato civiltà industriale, fondato sull’incremento indefinito dei beni materiali ed espressione attuale della cultura occidentale, è fallito. Dobbiamo gestire il transitorio verso modelli completamente diversi riducendo il più possibile gli eventi traumatici, che sembrano ormai inevitabili”.

Nel Manifesto per la Terra di Mosquin e Rowe (www.ecospherics.net) si legge: L’esperimento dell’umanità, vecchio di diecimila anni, di adottare un modo di vita a spese della Natura e che ha il suo culmine nella globalizzazione economica, è fallito. La ragione prima di questo fallimento è che abbiamo messo l’importanza della nostra specie al di sopra di tutto il resto. Abbiamo erroneamente considerato la Terra, i suoi ecosistemi e la miriade delle sue parti organiche/inorganiche soltanto come nostre risorse, che hanno valore solo quando servono i nostri bisogni e i nostri desideri. E’ urgente un coraggioso cambiamento di attitudini e attività. Ci sono legioni di diagnosi e prescrizioni per rimettere in salute il rapporto fra l’umanità e la Terra, e qui noi vogliamo enfatizzare quella, forse visionaria, che sembra essenziale per il successo di tutte le altre. Una nuova visione del mondo basata sull’Ecosfera planetaria ci indica la via. (Anno 2004)

La civiltà industriale, nata circa due secoli fa ma che ha manifestato la sua natura distruttiva solo da un secolo (dato che procede con legge esponenziale), sta per finire perché è incompatibile con il funzionamento del sistema più grande di cui fa parte.

E’ evidente che la catastrofe è in corso e può arrestarsi solo con un punto di collasso che faccia interrompere i fenomeni sopra detti, cioè faccia terminare la civiltà industriale e il suo mostruoso primato dell’economico.

Questo collasso è divenuta una speranza.

Qualche precursore recente

Solo come esempio, cito questi brani, frutto del genio letterario di Ceronetti:

I governi possono governare - sono lasciati fare - fintanto che non si oppongano allo sviluppo, vuol dire che ne sono tutti, dal più potente all’ultimo di forza, prigionieri e servi. …. E questo irrefrenabile sviluppo era nel segreto del tempo, nel mistero tragico del destino umano, ma quel che mi dà scandalo, quel che mi fa più soffrire, è che “gli si voglia bene”, che si parli incessantemente di “ripresa” del lavoro di questo assassino come di qualcosa di desiderabile, non come di una necessità ineluttabile, come di una caduta progressiva nell’infelicità.

Vorrei un capo di governo o di azienda che facesse precedere da un purtroppo le frasi consuete: “dobbiamo aumentare la produzione”, “la ripresa è imminente”… Neppure questa libertà gli è data. Sono costretti anche ad adularlo, il Maligno: se aggiungono un purtroppo li scaraventa in basso come birilli. Questo non è più avere un potere, tanto meno corrisponde a qualcuno dei sensi profondi di comando. L’asservimento all’economia dello sviluppo, senza neppure un accenno di sgomento, dice l’immiserimento, la perdita di essenza e di centro, della politica. Se il fine unico è lo sviluppo, la politica è giudicata in base alla sua bravura (che è pura passività) nello spingerlo avanti a qualsiasi costo….

Non c’è nessuna idea politica dietro, sopra o sotto: c’è il Dio dell’economia industriale geloso del suo culto monoteistico.

Un inferno urbano contemporaneo è fatto di molte cose. Tra le più evidenti, c’è l’eccesso di circolazione di macchine, auto e moto. Contro smog e paralisi si almanaccano palliativi di ogni genere, ma soltanto abbattendo la produzione automobilistica si potrebbe ridare alle città un po' di respiro post-diluviale. Immediatamente sulle piazze liberate dai grovigli di auto, si adunerebbero a migliaia, e a migliaia di migliaia, i tamburi di latta della protesta di quelli a cui fosse stato restituito il respiro: non vogliono la cura, ma la malattia in tutta la sua spietatezza...

...La sola voce concorde, universale, in alto e in basso, grida che nessuna industria si fermi o chiuda, qualsiasi cosa produca, sia pure inutilissima o micidialissima, sia pure destinata a restare invenduta: la sola voce concorde invoca che si aprano cantieri su cantieri e che si investano finanze in nuovi progetti industriali: a costo di qualsiasi inquinamento e imbruttimento, a costo anche di fare accorrere, per l’immediata ritorsione morale che colpisce chi accolga progetti simili, le furie di una intensificata violenza. E se deve, sul mare delle voci tutte uguali, planare una promessa rassicurante, è sempre la stessa: ci sarà la “ripresa”, ne avrete il triplo di questa roba... ( La Stampa, 9 marzo 1993)

.Gli altri sono autori o complici dei disastri, siamo qualche miliardo su questo piatto della bilancia, e tutti abbiamo lasciato fare, anzi siamo tuttora in qualche modo tutti sterminatori attivi di terra-madre, deicidi di Cibele, pur d’ingozzarci di consumi che sono chiodi piantati nella carne della vita… E basta accennare a ridurli perché si sfreni il panico: Borse con l’infarto, folle imbestialite, il muraglione vacuo delle proteste cieche.

.…Le devastazioni etiche e mentali prodotte da dollari-macchine-medicina nell’oscura substantia umana, sono molto più da considerare di qualsiasi ristagno di un’economia che porta in sé, nella sua fatale idolatria della percentuale e dell’espansione, il genio intero, vergine, della distruzione. (Corriere della Sera, 23 novembre 1992)

E ancora: L’ideologia industriale è alle corde. Il tragico ecologico l’ha sconfitta. (1992)

Da un articolo di Serge Latouche:

Chi vive in questo momento storico ha il privilegio di assistere al crollo della civiltà occidentale. Un fatto rarissimo, paragonabile alla fine dell’Impero romano. Con la differenza che questo si è svolto in un arco temporale di settecento anni, mentre il crollo della nostra civiltà si compirà in meno di trenta.

Mi sento dimanifestare qualche perplessità sul “privilegio” e su “meno di trent’anni”.

Ancora qualche citazione di precursori:

Il periodo di rapida crescita della popolazione e dell’industria prevalso negli ultimi secoli, invece di venir considerato come condizione naturale e capace di durare indefinitamente, apparirà come una delle fasi più anormali nella storia dell’umanità.

Adriano Buzzati Traverso (1972)

L’Occidente è una nave che sta colando a picco, la cui falla è ignorata da tutti. Ma tutti si danno molto da fare per rendere il viaggio più confortevole.Emanuele Severino

If there is not an economic collapse soon, something terrible is going to happen.
(dalla mail di un amico canadese).

Fantasie e conclusioni

Ora posso dare libero sfogo a un’utopica fantasia postapocalittica:

Chi nomina il P.I.L. viene linciato dalla folla, conoscere il significato dello spread, del tasso di sconto e dei bond è considerato una colpa. Parole come inflazione o deflazione sono scomparse. Il termine crescita viene accuratamente evitato: per indicare l’aumento di qualcosa si deve usare un giro di parole. La Bocconi non esiste più. Il Nasdaq viene creduto il nome di una montagna dell’Hindu Kush.

Le trovate degli industrialisti-sviluppisti per darsi una “verniciata di verde” e andare avanti come prima sono i concetti di sviluppo sostenibile, green economy, economiacircolare e simili. Secondo loro, lo sviluppo sostenibile, locuzione che contiene palesemente una contraddizione interna, sarebbe quello “che non danneggia le generazioni future”, ma in realtà qualunque crescita materiale permanente non ha alcun riguardo per la vita della Terra, per gli altri esseri senzienti e per l’Ecosistema di cui siamo parte. Quindi danneggia il Tutto.

Mi sembra invece molto migliore l’espressione: l’andamento di un sistema è “sostenibile”se può durare a tempo indefinito senza alterare in modo apprezzabile l’evoluzione del sistema più grande di cui fa parte. Così non ci sono riferimenti antropocentrici e si tiene conto della vita dell’Ecosfera.

 

Novembre 2017