Ecologia Profonda

La vita è un essere collettivo e l'uomo ne fa naturalmente parte

Verso un paradigma non umanistico

Occorre togliere i residui di antropocentrismo che limitano l’animalismo e l’ecologismo.

Il pensiero occidentale moderno è considerato un pensiero sostanzialmente antropocentrico, e questo è risaputo. Se poi si scava nel sottosuolo di questo pensiero, se ne scoprono le origini cristiane: anche quando viene declinato in forme laiciste, talvolta impregnate di ateismo, esso tradisce comunque la sua ascendenza teologica-monoteistica-cristiana. Il mondo cattolico si vanta di questo, mentre gli atei detestano un simile accostamento per motivi ideologici che non scalfiscono la realtà fattuale. Quando l’ateo rifiuta Dio, ma nello stesso tempo esalta l’uomo razionale come soggetto storico, culturale, politico, giuridico ecc. che con la sua attività libera e creatrice può determinare il corso degli eventi storici, imponendosi su tutti gli altri esseri…anch’egli riprende, senza saperlo, un’impostazione mentale tipica della teologia monoteistica, che in Occidente è rappresentata dal cristianesimo istituzionale. E’ stato quest’ultimo, infatti, a sovvertire l’immaginario sacrale e cosmocentrico degli antichi, imponendo l’idea della centralità dell’uomo, visto come persona, rispetto a tutto il resto.

La dottrina cristiana ufficiale ha sintetizzato questo punto di vista, sostenendo che l’uomo è imago dei, là dove Dio è pensato come Ente Sommo, come Persona Suprema, cioè come Volontà di Potenza che può liberamente creare ed annientare tutti gli altri esseri, avendo su di essi diritto di vita e di morte. Anche l’uomo, in quanto imago dei è persona, poiché è l’unico ente (dopo Dio) che possiede esso stesso queste prerogative, sia pure in una versione depotenziata rispetto a Dio: ed è facile intuire come l’uomo moderno e contemporaneo abbia preso molto sul serio questa convinzione supponente. Specie negli ultimi secoli, facendo leva sulla tecnoscienza, ha voluto incrementare al massimo grado la sua potenza, cercando di imitare la superpotenza dell’Ente Sommo. Si badi bene: tutto questo riguarda non solo l’uomo cristiano, ma anche quello laico ed eventualmente anticristiano. Con un’unica differenza: l’ateo intende fare a meno di Dio come punto di riferimento, ma questo è solo un dettaglio secondario, poiché rimane l’essenziale, cioè una stessa visione antropocentrica del mondo, che vede l’uomo come despota che in quanto tale dispone di tutti gli altri esseri. Che si vada in chiesa oppure no, che si creda in Dio oppure no, non cambia assolutamente nulla, a differenza di quanto poteva supporre uno come Nietzsche.

Allora perché stupirsi quando gli animali vengono seviziati e la natura devastata? Tutto questo è perfettamente in linea con i presupposti teologici ed antropocentrici della modernità. L’uomo moderno e contemporaneo non è un essere cui capita, incidentalmente, di opprimere altri esseri: al contrario questa violenza oppressiva, sistematica, quotidiana, è strutturale, cioè appartiene per essenza e non per accidente al paradigma fondante dell’attuale civiltà, e alla concezione dell’uomo che ne discende. Questo significa che, restando all’interno di questo paradigma, non sono possibili riforme animaliste ed ecologiste, in grado di proteggere animali e natura,o almeno di limitare in modo significativo la violenza complessiva : poiché ogni riforma di dettaglio, animata da buone intenzioni, è destinata a scontrarsi con la logica inesorabile del sistema, che conduce in ben altra direzione. Ogni piccola vittoria animalista ed ecologista, è poi costretta a fare i conti con la logica implacabile della civiltà antropocentrica e sviluppista, che riassorbe ampiamente quel poco di buono che ogni tanto si riesce a strappare qua o là.

Stando così le cose, il primo passo da fare, il più concreto è: non seguire la logica del sistema, uscire completamente dal paradigma dominante! Non è facile, perché il pensiero cristiano istituzionale (Gesù non c’entra per nulla) ha talmente permeato di sé la cultura moderna e contemporanea, che perfino le tendenze antireligiose in realtà ne sono intimamente impregnate, come sopra si è accennato. Ma questo vale anche per l’animalismo: troppo spesso, inconsapevolmente, le tendenze animaliste elaborano parole d’ordine e concettualizzazioni che in ultima analisi non escono dagli schemi teologici e culturali che si vorrebbero mettere in discussione.

Come è noto, l’animalismo critica l’antropocentrismo, e quindi anche la dottrina cattolica che apertamente lo sostiene: ma nel far questo concede troppo al nemico (si fa per dire), poiché in mancanza di meglio si appoggia alle categorie mentali da esso elaborate. Infatti troppo spesso si sente dire, tanto per fare due esempi significativi, che bisogna trattare gli animali come persone, oppure che bisogna rispettare gli animali in quanto esseri senzienti. Qui, l’influsso teologico monoteistico è evidentissimo: infatti il concetto di persona, come inteso oggi, non esisteva nelle antiche culture cosmocentriche, ma è soprattutto il risultato della dogmatica cristiana, voluta dall’apparato ecclesiastico (in particolare a partire dal secolo di Costantino). Tale dogmatica, come si è fatto cenno all’inizio, ha imposto l’uomo in quanto imago dei, cioè come ente super-raccomandato: in tale contesto si è affermato anche il concetto teologico di persona (attribuito anche a Dio e alle figure della Trinità), proprio con la funzionedi rafforzare la somiglianza dell’uomo-persona con l’Ente Superpotente. In definitiva, il concetto religioso di persona è nato per rafforzare e legittimare l’antropocentrismo, e non si vede proprio come potrebbe essere utilizzato in una direzione addirittura contraria; sarebbe come voler utilizzare una pistola non per sparare, ma per piantar chiodi, afferrandola per la canna: si rischia di farsi male, e si fa un pessimo lavoro. Molto meglio usare il martello. Quando si dice che gli animali sono persone, o che dovrebbero essere trattati come se lo fossero, si dice qualcosa che stride enormemente: la nota stonatissima consiste nel fatto che “persona” sta già ad indicare una differenza ed una superiorità rispetto a tutto il resto. E’ un concetto che è marchiato dall’antropocentrismo cristiano, e che non si presta ad essere forzato in un senso diverso: per questo la formula “anche gli animali sono persone” suona molto male, diventa penosa e ridicola. Essa tradisce semplicemente la sudditanza dell’animalismo alla cultura del nemico, la debolezza di fondo dell’immaginario animalista, che non riesce a scrollarsi di dosso le categorie mentali dominanti.

Analogamente dicasi, fatte le debite proporzioni, per quanto riguarda il rispetto per gli animali in quanto esseri senzienti. Ovviamente, siamo d’accordo sul fatto che gli animali vanno rispettati e non devono essere sottoposti a maltrattamenti di alcun genere: allevamenti, caccia e laboratori per la vivisezione dovrebbero esser chiusi, tanto per cominciare…c’è già troppo dolore nel mondo! Tuttavia la prospettiva a partire dalla quale si chiede tale rispetto lascia a desiderare, proprio perché anche qui si concede troppo al nemico, cioè all’umanismo: infatti vengono messi in primo piano gli animali poiché, in quanto esseri senzienti, sono i più simili agli umani, soffrono in un modo simile al nostro…In definitiva, l’uomo rimane il punto di riferimento per elaborare un’etica del rispetto. E tutti gli esseri che, biologicamente parlando, sono distanti dall’uomo? Esseri che forse non soffrono come noi e gli animali? Forse che i vegetali, le rocce, i fiumi possono essere manipolati a piacimento? Spero che nessun animalista voglia sostenere una tesi del genere; correlativamente, comprendiamo benissimo il motivo psicologico e sentimentale che spinge a difendere prima di tutto gli esseri cosiddetti senzienti. Ma tale difesa sarà tanto più autorevole, quanto più saprà neutralizzare i punti di fragilità dovuti ai residui di antropocentrismo chesopravvivono anche nell’animalismo più radicale. Quando gli avversari muovono obiezioni che sembrano pretestuose, del tipo “anche le insalate soffrono”, bisogna accogliere l’obiezione in tutta la sua portata, senza rifugiarsi in comodi alibi del tipo “non è vero che soffrono”, perché il problema di fondo non è sapere se soffrono in un modo simile a quello degli umani o meno, ma considerare che tutti gli esseri, senzienti o meno, meritano rispetto in quanto tali, indipendentemente da ogni mossa valutativa prospettata in riferimento all’uomo: questa è la posizione che oggi si suole attribuire all’ecologia profonda. Ma a ben vedere essa non è nuova, dato che la si riscontra in molte saggezze ecocentriche del passato, che in quanto tali (in quanto ecocentriche, cosmocentriche) non lasciavano spazio a nozioni come quella di “persona” o simili, ritenendo che “misura” di tutte le cose fosse non l’uomo, ma l’immensa rete della vita cosmica.

Se oggi vogliamo rielaborare con coerenza un’etica del rispetto per tutti gli esseri, cioè un’etica della compassione cosmica (aperta agli animali, ma non solo), non possiamo e non dobbiamo ricominciare da zero, ma da un notevole patrimonio che c’è già: cioè da quelle saggezze che a suo tempo erano state capaci di testimoniare questa esigenza . Si tratta di una grande esperienza spirituale, che è stata via via emarginata, in proporzione al crescente affermarsidell’antropocentrismo cristiano, poi declinato in versioni anche laiche. Abbiamo accennato al fatto che, negli ultimi secoli, l’antropocentrismo ha moltiplicato la sua potenza di fuoco, grazie alla tecnoscienza: esso ha stravolto gli equilibri naturali, ha costruito un mondo artefatto che ha cercato di sostituire quello naturale, con contraccolpi dolorosi che sono sotto gli occhi di tutti, e di cui il mondo umano è responsabile senza attenuanti. Le promesse di un mondo migliore guidato dalla ragion calcolante dell’uomo sono in via di fallimento: si tratta perciò di dischiudere un orizzonte culturale del tutto diverso, non più appesantito dalla zavorra di idee pericolose dovute al vecchio paradigma.

Siamo solo agli inizi di una fase di possibile transizione e ciò spiega lacontaminazione che abbiamo descritto: esigenze nuove di giustizia cosmica, che vengono però espresse con categorie inadeguate e controproducenti, poiché appartengono all’immaginario antropocentrico che si intende denunciare. Bisogna invece trovare  formule espressive e concettuali adeguate al compito più importante di questo momento storico (superamento dell’umanismo): occorre un ripensamento radicale, e in questo le saggezze cosmocentriche del passato possono ancora insegnare molto, e fornire almeno una parte di quei supporti culturali di cui si avverte la mancanza. 

di Paolo Scroccaro - 01/02/2016

Fonte: filosofiatv


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